Atto Primo


Buio. Un non-luogo. Dante fa il suo ingresso in scena rivolgendosi all’uditorio e introducendo il viaggio infernale da lui compiuto: subito il ricordo si rivolge allo smarrimento nella selva [Nel mezzo del cammin di nostra vita], nella quale ripiomba, rivivendo in maniera reale il ricordo.

Di lì l’incontro con il poeta mantovano Virgilio da Andes, il ‘duce’, e il subitaneo imbattersi nella Porta Infernale [Per me si va ne la città dolente], recante il monito di non conservare speranze o certezze di salvezza, una volta oltrepassata.

Dopo averla varcata, il fiorentino incontra il nocchiero Caronte ed il turbine della bufera dei lussuriosi, ove scorge le singolari anime di Paolo e Francesca da Rimini, unite l’una all’altra, simbolo dell’eterno supplizio: da qui il toccante dialogo con la nobildonna [Siede la terra dove nata fui] e lo svenimento di Dante a cotanta pietà. Immediatamente successiva, la visione di Cerbero [Cerbero, fiera crudele e diversa], il cane a tre teste, e la visione dei dannati, i golosi, fra cui spicca Ciacco, nobile concittadino di Dante: Virgilio racconta a Dante del giudizio universale, del futuro e definitivo riunirsi di anima e corpo [Più non si desta].

Incontro con avari e prodighi, con il demone Pluto; la Coscienza del poeta riflette sulla lungimiranza divina [Colui lo cui saver tutto trascende]. Il viaggio infernale prosegue con l’attraversamento della palude Stigia per mezzo del legno guidato da Flegiàs: discesi sulla riva il tremendo monito di Virgilio relativo a Filippo Argenti [Quei fu al mondo persona orgogliosa].

Dante si imbatte poi in diavoli ed arpie nei pressi delle mura della città di Dite, che sembrano volersi accanire sui due: giunge allora un Messo celeste a dissipare le folle dei maligni [E già venia su le torbide onde], creando tutt’intorno un deserto inquietante. Oltrepassato il Minotauro, il fiorentino giunge alla Riviera del Sangue, ove vede le anime di Attila, Pirro e Sesto, simbolo dei più celebri assassini della storia [Oh cieca cupidigia e ira folle].

Giunti al girone dei violenti contro sé stessi, Dante osserva la fuga ossessa di due nobili, Ercolano Maconi da Siena e Jacopo di Sant’Andrea [Ed ecco due da la sinistra costa], per poi imbattersi nel girone dei bestemmiatori, perseguitati da fiamme eterne [D’anime nude vidi molte gregge]. Dante si addormenta.


Atto Secondo


Dante incontra i Sodomiti, ove scorge Brunetto Latini, il suo maestro; oltrepassata la valle per mezzo della groppa di Gerione, incontra i simoniaci nella Terza Bolgia del Cerchio Ottavo, tra cui papa Niccolò III e al quale rivolge, assieme alla Coscienza, una potente invettiva [O Simon mago o miseri seguaci], cui segue una riflessione sul rispetto di Dante verso l’auctoritas della Chiesa, in quanto voluta da Dio, rispetto che non vale nei riguardi della persona fisica, che la rappresenta [E se non fosse ch’ancor lo mi vieta]. Altro sgradevole incontro avviene con i divulgatori del falso e coloro, che hanno dogmatizzato i concetti divini, tra cui i riferimenti di Virgilio, che si scaglia contro Dante, ammonendolo, ad Anfiarao, Tiresia e Manto [Ancor se tu de li altri sciocchi?].

I due approdano poi alla Bolgia Quinta del Cerchio Ottavo, ove si imbattono nella squadra dei diavoli, comandati da Malacoda, che attorniano Dante con grande beffardia [Qui non ha loco il Santo volto] e che li scortano fino alla Bolgia Sesta, ove scontano la pena gli ipocriti, rivestiti da cappe, pesanti in relazione alla pena da espiare [La giù trovammo gente dipinta].

Poi l’incontro con Caifa [Quel confitto che tu miri] e l’apostrofe contro Firenze assieme alla Coscienza [Godi, o Fiorenza, poi che se’ sì grande] nell’Ottava Bolgia, quella dei consiglieri fraudolenti.

Virgilio indica a Dante Ulisse,  che racconta come convinse i suoi ad affrontare l'ignoto ( Oh frati disse)  proseguono poi per incontrare falsari ed alchimisti [Non credo ch’a veder maggior tristizia]. I due discendono attraverso i Giganti, incatenati in enormi pozzi [O tu che nella fortunata valle]. Nel Cerchio Nono, ovvero quello dei Traditori, Dante incontra il Conte Ugolino nella zona Antenora, chino sul fiero pasto [Tu vuo’ ch’i rinovelli], 

che racconta la sua tremenda fine nella nuda torre accanto ai figlioletti.

Segue poi un’invettiva feroce di Dante alla città di Pisa [Ahi Pisa vituperio delle genti]. Di lì a poco l’incontro con Lucifero nella Giudecca [Vexilla Regis prodeunt Inferni].

A seguire l’uscita, attraverso uno stretto, all’aperto, a rivedere le stelle [Intrammo a ritornar nel chiaro mondo].